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Domenico Antonio Vaccaro e le sculture lignee del barocco napoletano

Il legno intagliato racconta una delle espressioni più intime dell'arte napoletana del Settecento, e Domenico Antonio Vaccaro ne è stato uno dei protagonisti indiscussi. Figlio d'arte, architetto, scenografo e scultore, Vaccaro ha attraversato il barocco partenopeo con una versatilità rara, lasciando opere che ancora oggi parlano di devozione, teatralità e mestiere. Le sue creazioni in legno tornano ora alla luce grazie a un percorso espositivo che ne restituisce la complessità tecnica e il fascino estetico.

L'iniziativa si colloca in un filone di riscoperta del patrimonio ligneo del Mezzogiorno, finora meno indagato rispetto alla scultura in marmo o in bronzo. Il legno, materiale vivo e fragile, richiede competenze specifiche per la conservazione, e le opere vaccariane presentano spesso policromie e dorature che testimoniano una tradizione di bottega complessa. La mostra intende colmare una lacuna storiografica, proponendo un confronto tra bozzetti preparatori e versioni definitive.

La cornice scelta per l'esposizione non è casuale: il territorio collinare di Capodimonte, con i suoi borghi, le sue chiese e le sue memorie artistiche, offre un contesto narrativo coerente con la vita e l'opera di Vaccaro. Egli stesso lavorò a più riprese nella zona, tra la Certosa di San Martino e le committenze religiose della fascia collinare. Visitare la mostra significa anche riscoprire i luoghi che alimentarono la sua immaginazione.

In un momento di rinnovato interesse per l'artigianato tradizionale, queste sculture lignee offrono uno spunto per riflettere sul rapporto tra manifattura e genio creativo. Ogni pezzo esposto è il risultato di una catena di mani: quelle dell'intagliatore, del doratore, del policromatore, spesso anonime. Vaccaro coordinava queste competenze con la stessa sicurezza con cui disegnava una facciata o una scenografia teatrale.

L'artista tra architettura e scultura

Domenico Antonio Vaccaro nacque a Napoli nel 1678, in una famiglia di artisti. Il padre Antonio era architetto e gli trasmise i principi del mestiere. Successivamente Vaccaro frequentò la bottega di Francesco Solimena, entrando in contatto con la cultura figurativa più aggiornata della città. Questa formazione ibrida, tra cantiere architettonico e studio pittorico, segnerà l'intera produzione.

La sua attività si svolse principalmente nel primo Settecento, un periodo di grande fermento edilizio per Napoli. Lavorò alla facciata della Certosa di San Martino, progettò la chiesa di Santa Maria della Concezione a Pizzofalcone e intervenne in numerosi palazzi nobiliari, tra cui Palazzo Cellammare. Accanto all'architettura, coltivò una passione costante per la scultura in legno, materiale che ben si prestava alla sua sensibilità plastica.

La doppia anima di architetto e scultore si riflette nelle opere lignee: le figure presentano un'impostazione spaziale architettonica, con volumi ben costruiti e superfici chiaroscurate. Le pieghe delle vesti sono trattate come fossero modellate nella pietra, con un equilibrio tra naturalezza e monumentalità. Questa cifra stilistica lo distingue dai contemporanei, che spesso prediligevano il marmo o la terracotta.

La produzione scultorea si concentrò soprattutto in ambito sacro, con gruppi statuari destinati a cappelle e oratori. Tra i lavori più noti figurano angeli, putti, statue di santi e scene della Passione, inseriti in apparati decorativi lignei. Vaccaro non si limitava a fornire i disegni: supervisionava direttamente l'esecuzione, intervenendo sui modelli.

La mostra e il percorso espositivo

La mostra si articola in sei sezioni tematiche, ordinate secondo un criterio cronologico e tipologico. Si parte dai bozzetti preparatori e dai modelli in scala, per poi passare alle sculture a tutto tondo, agli apparati decorativi e infine alle testimonianze documentarie. Il percorso è pensato per restituire il contesto produttivo in cui le opere nascevano, con pannelli didattici e riproduzioni tattili per i visitatori non vedenti.

Cuore dell'esposizione è la sala dedicata ai gruppi statuari provenienti dalle chiese napoletane, tra cui emerge una Madonna con Bambino di recente restauro. L'opera, alta circa un metro e venti, è realizzata in legno di cipresso con tracce di policromia originale e doratura a foglia. La dolcezza del gesto materno e la morbidezza delle carni contrastano con la severità dell'impostazione. Accanto, un San Michele Arcangelo esibisce una fisicità vigorosa, con panneggi che sembrano animarsi nello spazio.

Un'intera sala è dedicata alle botteghe e alla catena produttiva. Sono esposti strumenti di lavoro, campioni di legno, pigmenti e dorature, oltre a contratti che ricostruiscono l'economia delle commesse. La sezione evidenzia come la scultura lignea fosse il risultato di un lavoro collettivo, in cui Vaccaro coordinava artigiani specializzati. Sono visibili anche i registri della bottega, con i nomi degli intagliatori.

Il percorso si chiude con una sezione dedicata alla fortuna critica di Vaccaro, dall'oblio settecentesco alla riscoperta novecentesca. L'obiettivo è chiarire come la scultura lignea, a lungo considerata minore, sia oggi rivalutata come opera d'arte a pieno titolo.

Materiali e tecniche delle opere lignee

La scelta del legno non era mai casuale nella bottega vaccariana. Il cipresso, leggero e resistente, veniva preferito per le statue a tutto tondo, mentre il noce, dal colore caldo e dalla grana compatta, era riservato ai rilievi e agli arredi liturgici. Il castano e il tiglio trovavano impiego nelle copie e nei modelli preparatori, per la loro facilità di intaglio. Nei documenti di cantiere si fa riferimento anche a legni esotici, come il palissandro.

La tecnica dell'intaglio si svolgeva in più fasi: dal disegno su carta al trasferimento sulla tavola, dalla sgrossatura con la sega e lo scalpello alla rifinitura con raspe e sgorbie sottili. Il legno veniva poi lasciato stagionare per mesi, in ambienti asciutti e ventilati, per evitare deformazioni e attacchi di insetti xilofagi. Solo a questo punto si procedeva alla preparazione della superficie con gesso e colla animale.

La policromia era un elemento distintivo delle sculture lignee napoletane, e Vaccaro la utilizzava con grande consapevolezza. I volti e le carni erano trattati con tonalità calde e traslucide, mentre i panneggi ricevevano colori più saturi e contrastanti, spesso arricchiti da motivi decorativi in foglia d'oro. La doratura a missione conferiva alle superfici un brillio che, alla luce delle candele, creava effetti scenografici ricercatissimi.

La conservazione di queste opere presenta oggi sfide notevoli, aggravate dagli ambienti umidi in cui spesso sono state conservate per secoli. La mostra dedica ampio spazio ai restauri condotti negli ultimi anni, mostrando fasi di pulitura, consolidamento e reintegro. Tecniche moderne come il laser e le microiniezioni di resine si affiancano a metodi tradizionali, nel rispetto della materia originale.

Vaccaro e la scultura napoletana del Settecento

Per comprendere appieno la posizione di Vaccaro nel panorama scultoreo napoletano, è utile metterlo a confronto con alcuni dei suoi contemporanei. La tabella che segue propone un'analisi comparativa basata su criteri stilistici, tecnici e produttivi.

Artista Materiali prevalenti Soggetti principali Stile Committenze tipiche
Domenico Antonio Vaccaro Legno di cipresso, noce, tiglio Sacri e allegorici Barocco moderato Chiese e residenze nobiliari
Giuseppe Sanmartino Marmo, terracotta Sacri, scene di passione Tardo-barocco, forte patetismo Cappelle gentilizie, chiese monumentali
Francesco Pagano Marmo, stucco Sacri, mitologici Rococò, eleganza decorativa Palazzi nobiliari
Lorenzo Ferretti Legno, terracotta Sacri, devozionali Barocco popolare Chiese parrocchiali, confraternite

Dalla tabella emerge come Vaccaro si collochi in una posizione intermedia tra la scultura in marmo, più celebrativa, e quella popolare in terracotta. La predilezione per il legno non fu una scelta di minor impegno, ma una risposta alle esigenze della committenza ecclesiastica minore, che richiedeva opere devozionali a costi contenuti ma di forte impatto emotivo.

Rispetto a Sanmartino, famoso per il Cristo velato nella Cappella Sansevero, Vaccaro mostra una minore ricerca di virtuosismo tecnico e una maggiore attenzione alla funzione pastorale delle immagini. Le sue sculture vogliono commuovere, non stupire per la perizia esecutiva. Questa differenza si riflette anche nella committenza: Sanmartino per committenti facoltosi, Vaccaro per un pubblico più ampio.

Il linguaggio barocco nelle sculture

Il barocco napoletano, e quello vaccariano in particolare, si caratterizza per una teatralità controllata, mai eccessiva. Le figure sono colte in momenti di intensa emozione, ma conservano un equilibrio compositivo che ne impedisce la dissoluzione nel gesto. Questa cifra deriva dalla formazione architettonica dell'artista, abituato a pensare le forme in rapporto allo spazio. Ne derivano sculture che, pur nella loro mobilità, appaiono saldamente radicate a un asse centrale.

Il confronto con la scultura berniniana è inevitabile, ma Vaccaro se ne distingue per una maggiore attenzione al dato naturalistico. I volti dei suoi santi mostrano segni del tempo e della fatica, le mani sono segnate dal lavoro, i piedi poggiano su superfici irregolari. Questa concretezza li avvicina al popolo napoletano, contribuendo al successo devozionale di molte opere.

I soggetti prediletti erano quelli della tradizione cattolica: la Vergine, il Bambino, i santi patroni della città, gli angeli custodi. Vaccaro manteneva un'attenzione costante alla resa dei tessuti, trasformando le pieghe delle stoffe in protagoniste dello spazio scultoreo.

La luce gioca un ruolo fondamentale nella percezione di queste opere. Vaccaro ne era pienamente consapevole, e modellava le superfici in modo da creare zone di ombra e di luce nettamente distinte. Ne derivava un effetto di forte contrasto, amplificato dalle policromie e dalle dorature, che esaltava il carattere drammatico delle scene.

Eredità e botteghe tra i borghi

La tradizione delle botteghe lignee non si è mai veramente interrotta a Napoli e nei suoi borghi collinari. Anche dopo la morte di Vaccaro, avvenuta nel 1745, i suoi allievi e collaboratori proseguirono l'attività, trasmettendo tecniche e segreti di mestiere alle generazioni successive. Alcune famiglie di intagliatori hanno mantenuto viva questa eredità fino ai giorni nostri, lavorando nel restauro di opere antiche.

Nei borghi di Capodimonte sopravvivono testimonianze di questa continuità, tra laboratori artigiani, archivi di bottega e piccoli musei della memoria. Visitare questi luoghi significa entrare in contatto con una dimensione artigianale spesso dimenticata, fatta di gesti ripetuti, di strumenti antichi, di saperi tramandati oralmente. Per chi desidera approfondire, le storie degli artigiani dei borghi offrono un complemento naturale alla visita della mostra.

Tra le botteghe ancora attive, tre meritano una menzione particolare:

La mostra si accompagna anche a un programma di iniziative collaterali, tra cui:

Le sculture lignee di Vaccaro raccontano una storia di mani e di luoghi. La mostra resterà aperta per i prossimi mesi, con orari prolungati nei weekend e visite su prenotazione per gruppi scolastici: un'occasione per lasciarsi guidare dalla luce dorata che avvolge queste figure, riscoprendo un pezzo di cultura materiale che parla ancora a distanza di tre secoli.